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La gestione di crisi intrattiene una
relazione ambigua con l'etica. Per il suo stesso oggetto, spesso
viene assimilata dalla preservazione dell'interesse privato di
natura economica o finanziaria, a detrimento dell'opinione
pubblica che occorrerebbe rassicurare. A fortiori, gli esempi del
sangue infetto, della mucca pazza, dell'amianto, di Chernobyl,
sono immagini che testimoniano più mancanze morali che cattiva
gestione.
Il dibattito tra la morale e l'etica sembra troppo complesso:
«Si parla di etica quando la morale è persa». Più interessante è
partire constatando l'assenza di ogni etica formalizzata per la
comunicazione di crisi. Tutti i professionisti della comunicazione
possiedono un loro codice deontologico. Quest'anno commemoriamo –
con una certa discrezione, è vero – il centenario delle relazioni
pubbliche e della famosa dichiarazione dei principi affermati da
Ivy Lee, riconosciuto come suo padre fondatore. Furono
formalizzate altre regole per le relazioni pubbliche: tra queste
il codice di Atene (1965) e di Lisbona (1978). I direttori della
comunicazione dispongono di un loro codice redatto nel novembre
1997. Il marketing diretto, la stampa, tutto è formalizzato, a
eccezione della disciplina percepita giustamente come una nave che
naviga costantemente ai confini del cinismo, quella che spesso ha
costituito l'accesso principale ai critici del carattere
manipolatorio della comunicazione: la comunicazione di crisi.
Come spiegare questo curioso paradosso? Per farlo è necessario
interrogarsi sulla possibilità di elaborare un codice etico della
comunicazione di crisi. La risposta sembra agevole: certo, è
concepibile formalizzare i principi deontologici della
comunicazione. Occorrerà collegarsi ai principi della verità e
della trasparenza, al divieto di qualsiasi pratica coercitiva (rappresaglie
pubblicitarie), alla trasparenza dei flussi finanziari contro
determinate associazioni o determinati opinion leader, all'assenza
di manovre di destabilizzazione... In breve, si può redigere una
carta etica che formalizzi i dieci comandamenti della
comunicazione di crisi ed è possibile immaginare che divenga
oggetto di un largo consenso negli ambiti dell'azienda, delle
istituzioni pubbliche e delle agenzie di consulenza. A ogni modo,
se l'elaborazione di un codice etico è possibile, conviene
chiedersi quanto è pertinente. Siamo chiari: nessuno vuole
ingannare nessuno. La via del business spesso è un mondo senza
scrupoli e i buoni sentimenti sono rari nella guerra economica. L'utilità
di voler ostentare concetti come la necessità di forme di
trasparenza ormai non più rinviabili apparirebbe risibile davanti
alla realtà del funzionamento commerciale. Si tratta forse non
tanto di una questione etica quanto di una questione di efficacia,
ma per fortuna le due sono legate. Nel momento in cui nessuna
informazione sembra poter ormai rimanere segreta troppo a lungo,
la scelta della verità è anche la più intelligente per la
sopravvivenza dell'impresa: un'impresa che si permetta violazioni
gravi all'etica sarebbe immediatamente inchiodata dalla gogna
mediatica e il suo valore in termini di reputazione verrebbe
dissipato. Inoltre le regole etiche stanno spesso accanto ai
principi legali. La veste giudiziaria della vita economica deve
dissuadere i rari manager di crisi che sperano di potersene
discostare.
Il parametro essenziale per
prevenire ogni tentativo di finalizzazione risiede però nel fatto
che le regole per un'etica della comunicazione di crisi esistono
già, vanno semplicemente messe insieme. La comunicazione
finanziaria, interna, legata agli eventi, pubblicitaria,
lobbistica, relazionale con la stampa dispone, in ogni suo ambito,
di principi deontologici. La comunicazione di crisi non ha
principi che le sono propri, prende a prestito da queste
discipline. Ogni principio della comunicazione di crisi prevede
l'importazione di un principio esistente in ciascuna altra
attività comunicativa.
La conclusione è che
l'assenza di ogni principio deontologico proprio impedisce alla
comunicazione di crisi di attestarsi come disciplina indipendente.
Thierry Libaert
Traduzione di
Antonella Beccaria
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